DEBITO PUBBLICO ITALIANO E REMOTE  PROSPETTIVE DI RISANAMENTO

 

 

Nel 2010 l’ammontare del debito pubblico italiano, secondo stime del Ministero dell’Economia , ha raggiunto l’ammontare di circa 1.840 miliardi di Euro pari al 118,5 % del PIL .

Dal 2006 ad oggi lo stesso è sempre cresciuto,in valore assoluto,  con un tasso di incremento medio annuo di  circa  il  4% ( il valore del 2006 era pari a 1.584 Miliardi di Euro ) .

Rispetto al PIL l’aumento è stato interrotto da una diminuzione di 3 punti percentuali verificatasi nel 2007 rispetto al 2006 in considerazione di un corrispondente aumento del Prodotto Interno del 4% circa .

Nel 2008 quest’ultimo è aumentato dell’1,4% arrivando a misurare circa 1.568 miliardi di Euro  mentre negli anni 2009 e 2010 lo stesso si è attestato  su valori inferiori a tale dato  rispettivamente del 3% circa e dello  0,8% circa .

Nonostante la ridotta differenza tra il PIL del 2008 e quello stimato per il 2010 ( 0,8% circa ) il disavanzo ( la crescita del debito ) in quest’ultimo anno è stato pari a circa 77 miliardi di Euro contro i circa 43 Miliardi di Euro del 2008 ( circa l’81% in più ) .

Tale incremento non è giustificato dalla spesa per interessi passivi ( contrattasi dell’11% circa rispetto al 2008 per effetto della riduzione dei tassi ) ma consegue allo squilibrio del saldo primario ( differenza tra spese al netto degli interessi  ed entrate ) che nel biennio  2009 – 2010 ha raggiunto valori negativi ( rispettivamente  Euro – 9.512 milioni ed Euro – 5.056 milioni ) .

La pubblica amministrazione , nel biennio citato ,  non è stata in grado di tenere sotto controllo la spesa corrente che ha subito un incremento per effetto della crescita delle prestazioni sociali e dei redditi da lavoro dipendente .

Dal 2000 al 2009 la stessa è cresciuta dal 46% al 52% del PIL mentre le entrate hanno fatto registrare un aumento dell’1% ( dal 45%  del 2000  al 46% del 2009 ) .

La situazione di crisi , caratterizzata da un decremento del 20% del valore aggiunto dell’industria,  ha fatto esplodere  la spesa per ammortizzatori sociali , tra cui la Cassa Integrazione Guadagni ed i Contributi alle grandi aziende statali in crisi .

L’elevatissima pressione fiscale e contributiva che in, molti casi, supera il 50% dei redditi imponibili,  ha già prodotto un effetto scoraggiante degli investimenti  al punto che , tra i paesi europei, l’Italia è la nazione in cui il PIL , nel periodo 2000 – 2010, è cresciuto di meno ( appena l’1,4 % ) .

I primi tre trimestri del 2010  hanno fatto registrare un incremento del PIL italiano superiore all’1% su base annua, ma anche se tale andamento fosse confermato  , non sarebbe in grado di  far diminuire il differenziale annuo tra spese ed entrate della P.A. in misura superiore a 0,8 punti del PIL ( tra maggiori entrate fiscali e minori spese per ammortizzatori sociali ) .

In tale situazione il Deficit annuo si attesterebbe intorno ai 60 – 65 miliardi di Euro e condurrebbe il debito pubblico a superare  la soglia dei 2.000 miliardi di Euro entro il prossimo triennio ( il ritmo di crescita annuo medio dell’ultimo triennio  è stato di  circa 80 miliardi di Euro ) .

L’enorme debito accumulato  potrebbe costringere il Tesoro ad aumentare  il tasso di interesse sui titoli pubblici rispetto a quelli di stati più virtuosi e ciò  comporterebbe  un aggravio per il Tesoro di almeno 10 miliardi di Euro all’anno .

In proposito il Ministro Tremonti sta tentando di far  trasferire in sede Europea l’attività di emissione dei titoli del debito pubblico  per conto degli stati dell’area Euro; ne deriverebbe   una riduzione dei tassi di interesse ed  una minore esposizione alle eventuali   azioni speculative  ma anche un peggioramento del sistema finanziario dei  paesi ad economia trainante come la Germania .

In definitiva ,la situazione attuale impone l’immediata  diminuzione della spesa pubblica di almeno 3 punti percentuali del PIL e cioè di circa   46  miliardi di Euro all’anno .

Si potrebbe ,in tal modo,  avere  una riduzione del deficit al 2% del PIL grazie anche ad una corrispondente diminuzione  della pressione fiscale e contributiva che possa compensare l’effetto demoltiplicante della contrazione della spesa pubblica .

Dato che le spese correnti per acquisti di beni e servizi sono già state oggetto di compressione nei provvedimenti governativi degli ultimi tre anni , è inevitabile la  riduzione del personale dello stato e degli altri enti pubblici e l’innalzamento dell’età pensionabile .

Gli stipendi del comparto pubblico , inoltre, dovranno essere equiparati a quelli del settore privato e sarà necessario usufruire di economie di scala nell’ambito della sanità e dei trasporti regionali non sempre compatibili con una gestione federalista .

Da una relazione del Ministro dell’Economia è emersa la possibilità di collocare sul mercato, al fine di contrarre il debito,  una parte del  patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico anche se lo stesso , al netto delle passività , ha fatto registrare, nel periodo 2004 -2008 , una diminuzione   di circa 165 miliardi di Euro .

In assenza di tali provvedimenti  il  deficit e quindi il debito  continueranno  a  salire  in  una situazione economica stagnante per effetto dell’elevatissima pressione fiscale e contributiva .

Il  tentativo di  incrementare  ulteriormente  la  pressione tributaria con vari strumenti accertativi e sanzionatori rischierebbe di creare allarme sociale con conseguenti disinvestimenti nonché  fuga di capitali e risorse umane dal nostro paese . Ne seguirebbe un ulteriore impoverimento con riduzione del PIL e con un incremento della spesa pubblica per interventi sociali (  la conseguenza sarebbe un peggioramento del deficit ) .

L’ISTAT  , con un documento del 29 Dicembre 2010 , ha pubblicato i risultati su di una indagine campionaria riferita al Reddito ed alla Condizione di Vita delle Famiglie nel periodo 2008/2009 .

Per il 2008 è emersa una distribuzione del reddito molto disuguale al punto che l’ultimo quinto del reddito è posseduto da circa il 40% delle famiglie ( l’Indice del Gini è pari a 0,314 ) .

Tale ripartizione, come è noto, penalizza più incisivamente le famiglie residenti nelle regioni meridionali e meno pesantemente coloro che possiedono la casa in proprietà  .

La crisi di produttività ed il ristagno economico , pertanto, hanno impoverito le famiglie già economicamente più deboli e, in particolare, quelle le cui entrate  non sono basate su  redditi fissi .

Le paventate  misure correttive di finanza pubblica determinerebbero un considerevole  miglioramento di tali situazioni di marginalità  anche con una significativa riduzione del

peso contributivo  e  con un conseguente  stimolo  all’occupazione .

 

 

                                                  Dr. Enrico Maria Ubertini